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Lettera aperta al Corriere di Roma

e all' assessore Estella Marino

Gentile redazione,
vi scrivo, dopo aver letto la lettera dell’ assessore Marino da voi pubblicata il giorno 17 ottobre 2013 in merito al piano rifiuti per Roma, perché in qualità di tecnico mi preme cercare di fare luce su alcuni punti. Leggo che il piano rifiuti punterà su raccolta differenziata, riciclo, riutilizzo, e filosofia del “rifiuti zero”. Se le precedenti amministrazioni, che adottavano almeno in teoria lo stesso tipo di piano, erano scusate perché non annoveravano personale tecnico competente, questa volta non si può ammettere nessuna scusante, in quanto la Marino è una ingegnere ambientale e come tale deve ragionare da tecnico.

Vorrei subito chiarire che quando la Marino parla di Rifiuti Zero si riferisce a una maniera tutta italiana di stravolgere un concetto che non è quello che si vuole applicare. Vi sorprenderà scoprire che Zero Waste era il nome di una azienda americana che si è sempre pronunciata contro riciclo e riutilizzo, e cercava di risolvere il problema rifiuti partendo dalla progettazione di imballaggi e in generale di beni di consumo che non necessitassero di distruzione o di riciclo. La stessa azienda recentemente si è dichiarata contraria al Rifiuti Zero moderno, sostenendone l’ impossibilità e anzi la dannosità per ‘scorretta informazione’.

Veniamo ora alla raccolta differenziata.

Se un ambientalista può credere ingenuamente a questa pratica, altrettanto non si può permettere un tecnico, il quale dovrebbe avere chiare due cose: 1) la raccolta differenziata a livello normativo è subordinata al principio di economicità e di efficienza. 2) la raccolta (differenziata o meno) è solo una delle 4 fasi che compongono la filiera della gestione dei rifiuti (raccolta, stoccaggio, trattamento, smaltimento) quindi adottarla come soluzione al problema rifiuti è fuorviante ed errato. Va da se che se un sistema di raccolta differenziata si dovesse dimostrare eccessivamente dispendioso e inefficace andrebbe automaticamente abbandonato, non vi si dovrebbe insistere. Allora vi prego di dare uno sguardo a costi ed efficienza.

La raccolta differenziata è sempre stata un metodo normalmente valido per comuni di taglia medio piccola e con una buona disponibilità di fondi, come evidenziato dai vari rapporti Comuni Ricicloni e dai report di Federambiente. All’ aumentare della popolazione, la differenziata diminuisce di efficienza e aumenta di costi. Qualche esempio? La famosa e virtuosa Capannori, che nel 2011 vantava 71.7% di differenziata con 45884 abitanti, nel 2012 aveva 46423 abitanti e la differenziata al 68.7%. Il report Ricicloni 2013 con le analisi dei comuni del 2012 riporta i vincitori assoluti in differenziata, tra il 75 e l’ 87%. Nessuno di loro supera i 15000 abitanti. L’ anti economicità della differenziata è cosa ben nota a qualsiasi tecnico, e riscontrabile facilmente da chiunque. Volete qualche esempio? Il comune di Scicli (appena 25mila abitanti) nel 2011 ha deliberato una spesa di 550mila euro solo per passare dalla differenziata normale al porta a porta. Budrio (18mila abitanti) per la sua campagna del 2013 ha fatto queste previsioni di spesa: 210mila euro come costi di servizio, 40mila euro per materiali, 6mila euro per le attività di comunicazione, 14mila euro per la movimentazione contenitori, 25mila euro di costi generali. Tutto questo solo per aumentare del 3.5% la differenziata. 

Quanto è costata finora la differenziata in un comune popoloso come quello di Roma? Che percentuale è stata raggiunta? Siamo sicuri che davvero convenga? Il principio di efficienza non è stato rispettato, quello di economicità ancora meno.

Abbiamo anche una notevole letteratura di ‘fallimenti differenziati’ in Italia, tra i vari esempi: Monopoli (50mila abitanti) al marzo 2012 aveva il 35% di differenziata, nel’ aprile dello stesso anno è crollata al 9%, e il mese dopo è risalita al 10%. A Manduria (31mila abitanti) tra il luglio e il settembre 2009 la differenziata crollò dal 26 al’ 11%; tre mesi dopo il comune dovette sospendere il servizio a causa degli alti costi. Ragusa (70mila abitanti) dal 2009 al 2010 passò dal 15 all’ 11%. E che dire di Omegna (15mila abitanti)? Nel 2012 vantava il 70% di differenziata, mentre all’ aprile 2013 si assestava a mala pena al 50%.
La Marino è fiduciosa di poter evitare a Roma, comune così popoloso e notoriamente disorganizzato, la sorte di queste e di tante altre città? Tenga presente però che la differenziata è stata imposta definitivamente nel 1997, e che al 2012 (dopo ben 15 anni), esistono  meno di 10 città italiane sopra i 100mila abitanti con un tasso di differenziata che soddisfi le direttive del 65%.


Da tecnico e da cittadino non posso che dichiararmi contrario a queste politiche,  e sperare che chi di dovere capisca che la soluzione al problema rifiuti non è raccoglierli separatamente (si possono separare anche a valle)  e farli tornare indietro (riciclo), ma trattarli. Il problema dei rifiuti non si misura in tonnellate, ma in metri cubi. Per chi non lo sapesse, le tecnologie di trattamento al plasma hanno una riduzione del volume di 52:1. Potremmo far stare tutta Malagrotta (240 ettari) nello spazio di 5 campi di calcio (4 ettari). E’ su questo che si dovrebbe iniziare a investire, non sulla raccolta, perché se si spendono tutti i soldi per raccogliere i rifiuti, poi, con che soldi li trattiamo?
 
Alessandro Demontis
Chimico Industriale
Tecnico per la Gestione delle Acque e delle Risorse Ambientali
 

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