Il terzo libro dell' autore, pubblicato per puro diletto durante la stesura di Il fenomeno Nibiru vol. 1. Abbandonando per questa sola parentesi la teoria di Sitchin, l' autore si dedica alla traduzione e al commento di alcuni testi della letteratura sumera, fornendo a volte alcune proprie analisi e un 'dizionario essenziale' della lingua sumera.

INTRODUZIONE DAL LIBRO:

Con meno di tre anni di esperienza nello studio della lingua sumera, devo ammettere di essermi sentito un po’ sopraffatto dall’ idea di scrivere un libro che avesse a che fare con la traduzione di testi. L’ idea di questo libro nasce dalla constatazione che tutto ciò che in Italia si trova di simile è la traduzione di opere di autori stranieri, eccezion fatta per gli splendidi libri del rinomato docente universitario Giovanni Pettinato il quale, però, nei suoi libri riporta (salvo in alcuni sporadici casi di evidente interesse linguistico) unicamente le traduzioni e non i testi originali. A tutt’ oggi, che io sappia, non esiste un libro che riporti il testo originale sumero traslitterato con traduzione italiana a fronte. Durante il mio percorso di studio ciò si è rivelato per me un grosso problema perché, pur conoscendo l’ inglese come l’ italiano, la struttura linguistica dell’ inglese è molto diversa da quella dell’ italiano (e del sumero) e dunque spesso è stato difficile identificare all’ interno di lunghe frasi la corrispondenza parola-per-parola che (spesso) necessita per una buona comprensione. Non solo, notai che differenti autori proponevano in inglese differenti traduzioni che, seppur di stesso significato, differivano non poco nella traduzione letterale.

E’ stata una autentica tragedia per me comparare, sia per singole frasi che per interi passaggi, le traduzioni dei vari autori a causa della loro quasi onnipresente interpretazione che lasciava da parte (troppo spesso) la fedeltà per guadagnare in 'resa poetica'. Essendomi servito, durante i miei studi, del materiale di autori italiani come Seminara e Pettinato, ho avuto una spinta a ‘testare’ il mio grado di apprendimento (in relazione sia alla traslitterazione dal cuneiforme, sia alla traduzione dal traslitterato) producendo piccoli articoli di traduzione basandomi non sulle traduzioni già esistenti, ma sulle mie nozioni (e solo dopo confrontandole con versioni pubblicate dagli autori citati). Il risultato, devo dire, è stato eccellente: nei 12 miti inizialmente tradotti, circa il 90% delle mie traduzioni era fedele a quelle già esistenti in lingua inglese prodotte da eminenti sumerologi. Il restante 10%, che mi sono apprestato ad esaminare caso per caso, mi accorsi discostarsi dalle traduzioni altrui specialmente in quelle righe che venivano riportate come incomplete, o nelle quali i traduttori esageravano in interpretazione poetica. In sostanza loro non traducevano riga per riga ma a ‘blocchi’ di tre o quattro righe (un caso lampante fu per me la traduzione della Dalley del mito della creazione babilonese, l’ Enuma Elish). Ciò forniva un senso compiuto e una ottima resa letteraria, però sacrificava la fedeltà lessicale e presentava traduzioni arbitrarie di alcuni termini, scegliendo il significato che più si confaceva al senso delle tre o quattro righe esaminate.

Raramente, ma è successo, mi son trovato in casi di evidente disaccordo con la traduzione di alcuni termini. Infatti in alcuni casi non riuscivo a trovare nei Lexicon in mio possesso (mi sono avvalso di ben tre lessici ‘ortodossi’ e del catalogo linguistico presente nel sito dell’ Electronic Text Corpus of Sumerian Literature, nonchè di un glossario redatto da Chris Siren in base ai lavori di Kramer) i significati che i traduttori assegnavano ad alcuni termini. In uno o due casi ho notato addirittura che venivano tradotti singoli termini senza tenere conto che essi costituivano, riuniti a due o tre alla volta, delle ‘frasi fatte’ o dei ‘modi di dire’ sumeri, il cui significato era sostanzialmente diverso da quello che si otteneva traducendo i singoli termini.

Insomma più andavo avanti nella correzione delle mie traduzioni, più mi accorgevo che l’ idea di ‘dire la mia’ non era così assurda.

Ma la stesura di questo libro non è un mero esercizio linguistico.

L’ idea originale è nata in me perché mi son reso conto che è davvero poca la gente che conosce la letteratura sumera, e che tantissima gente, che potrebbe essere interessata a conoscerla, non ci si accosta perché non trova materiale in lingua italiana e non ha voglia di leggere i testi tradotti dal sumero all’ inglese e tradurre dall’ inglese all’ italiano. Eppure la letteratura sumera, sia essa rappresentata da un’ iscrizione in un tempio, un contratto commerciale, una canzone di dedica alla propria sposa, un inno a un dio o altro, è estremamente interessante. Non solo, è anche bella! Leggere espressioni di amore che gli uomini dedicavano al proprio ‘dio personale’, o le lodi che ne tessevano, è una bellissima esperienza, che fa pensare quanto quel popolo distante nel tempo 6000 anni fosse simile a noi e, forse, più sensibile di noi a ciò che lo circondava.

Non ci deve sorprendere, leggendo i testi, il notare che gli uomini trattavano gli dei come persone in carne ed ossa: i sumeri si ritenevano una ‘creazione degli dei’, si ritenevano nati per servirli, originariamente servitori poi promossi a loro ‘rappresentanti’ ai quali gli dei, nella loro magnanimità, donarono la civiltà sotto forma di bagaglio culturale, linguistico, tecnologico e, non ultimo (anzi, per la verità tra i primi), religioso.

L’ omaggio agli dei dunque, per i sumeri, era un atto da compiere in ogni aspetto della loro vita. Così, come vedremo, i sumeri lodavano gli dei per avergli fatto conoscere la birra, lodavano ed esaltavano gli dei per aver ordinato loro di costruire palazzi enormi da utilizzare come templi, lodavano gli dei perfino quando questi, nel primo tentativo di creazione dell’ uomo, produssero sette individui malati. Un caso, questo, che sbigottisce il lettore abituato generalmente a conoscere ‘dei infallibili’ come quello della Bibbia, perfetti, incapaci di fare del male o di commettere errori.

Nel mito sumero invece, l’ errore del dio è spesso accolto come una lezione morale per l’ uomo. Ma tramite l’ errore divino, a volte, anche l’ uomo stesso viene ‘elevato’. E’ il caso del sacerdote Ziusudra il quale, nonostante gli dei avessero deciso di sterminare l’ umanità, riesce a salvare se stesso e la sua famiglia in una barca, nella quale porta con se anche piante ed animali. Per questo, per aver saputo far fronte a un evidente errore degli dei, ed aver portato in salvo quelle bestie e piante da cui non solo gli uomini, ma anche gli dei stessi dipendevano (e quando mai si è visto, altrove, un dio che dipende dalla carne degli animali?), Ziusudra viene benedetto dagli dei, reso immortale, e portato a vivere con loro nella terra divina.

La letteratura sumera, insomma, rappresenta una testimonianza di valore inestimabile, valore che cresce ulteriormente fino a divenire stupefacente quando dobbiamo considerare, e non ci si può esimere dal farlo, che tale letteratura ci proviene dalla prima civiltà organizzata del nostro pianeta.

In questo libro ho voluto includere testi di diversa origine ed epoca, ma tutti scritti in lingua sumera vera e propria (ho volutamente tralasciato i testi accadici o babilonesi), in modo che il lettore possa farsi un’ idea di come il modus espressivo si modifica, ad esempio, da un mito o inno a una iscrizione regale, e possa notare similitudini e differenze, ma soprattutto quanto i sumeri tenevano ad esprimere ciò che sentivano.

 

So bene di non poter paragonare questo mio lavoro a quelli, molto più voluminosi e documentati, di autori rinomati quali quelli citati in questa stessa introduzione. Spero però che il mio lavoro venga accolto con favore e che possa tornare utile a chi si vuole avvicinare a questo mondo, sia dal punto di vista dei contenuti, sia da quello della forma.

Estratti dal libro

 

INDICE DEL LIBRO

INTRODUZIONE 

ENKI E NINMAH (Il primo tentativo di creazione dell’ uomo)

IL RACCONTO SUMERO DEL DILUVIO (Tre estratti) 

L’ INNO DEI TEMPLI (Un estratto) 

LE ISCRIZIONI DI GUDEA E UR-NAMMU

LA CANZONE DELL’ EBREZZA (Omaggio alla birra)

IL SOGNO DI RE GUDEA (Due estratti) 

UN BALBALE PER NINGISHZIDA (Ningishzidda ‘A’) 

NINAZU E NINMADA (Come il grano arrivò a Sumer)

 

APPENDICE 1: Immagini relative agli scritti 

APPENDICE 2: Identificazione di Enki e Ninazu 

APPENDICE 3: Breve vocabolario sumero-italiano 

BIBLIOGRAFIA

INTRODUZIONE DA: ENKI E NINMAH 

Il mito che qui propongo è un vero classico della letteratura sumera. Vi si narra del primo tentativo di creazione dell’ uomo, ad opera di Enki e Ninmah, perché questo potesse portare ‘il giogo degli dei’, cioè svolgere tutte quelle attività che erano svolte dagli dei minori.

La storia si svolge in 4 parti.

Nella prima parte, mentre Enki dorme nel suo giaciglio, gli dei minori si lamentano della fatica del lavoro. La dea Namma, madre di Enki, sveglia suo figlio per presentargli le lamentele degli dei e gli suggerisce di creare un essere che lavori al posto loro. Enki, nella sua grande saggezza, decide allora che la cosa sia fattibile, e dà le istruzioni necessarie. Convoca quindi sua sorella Ninmah e le ‘dee della nascita’ le quali la dovranno assistere nell’ opera.

Nella seconda parte, Ninmah crea 6 esseri, tutti malati, per i quali Enki ‘decide i destini’, cioè dispone per loro un compito che possano svolgere nonostante le loro menomazioni.

Nella terza parte, poiché Ninmah è desolata di non essere riuscita a creare un ‘uomo perfetto’, Enki decide di provare un nuovo procedimento, utilizzando il seme di un dio e impiantarlo nell’ utero di una dea (Ninmah stessa?) mischiando questo seme con una forma d’ argilla da lui prodotta. Anche questo esperimento però produce un essere imperfetto, chiamato Umul (che in sumero significa appunto ‘creatura malata’), con molte menomazioni. Ninmah, constatando che questo essere non è in grado di badare a se stesso, si lamenta con Enki. Questi però ricorda a Ninmah di come lui abbia comunque badato ai 6 esseri prodotti da Ninmah.

Nella quarta parte, probabilmente sentendosi rimproverata ingiustamente, Ninmah rinfaccia ad Enki di non aver però badato alla sua terra, alla sua città, quando questa fu distrutta, quando suo figlio (non identificato nel mito) fu costretto a fuggire, e quando lei stessa dovette abbandonare l’ E.Kur (il tempio di Nippur).

Per contro, Enki la ammonisce di non rompere la promessa per la quale Ninmah avrebbe dovuto badare al destino della creatura da lui prodotta, la prega di ‘lasciare libera’ la sua creatura, e auspica che comunque questo giorno, quello delle creazioni, venga festeggiato. Enki ordina dunque che sia costruita una casa (non si capisce se DA Umul o PER Umul) e che siano scritte canzoni per commemorare l’ opera eroica di Ninmah.

Il poema finisce con la consueta ‘lode’ al dio, per la sua saggezza e le sue opere.

 

Il testo, catalogato presso l’ ETCSL e analizzato da Stephen Langdon, Thorkild Jacobsen, e Giovanni Pettinato, proviene dalla cosiddetta ‘scuola di Eridu’; rappresenta una sorta di antefatto al racconto della creazione dell’ uomo contenuta nel più lungo e meglio conosciuto testo ‘Atra Hasis e il diluvio’.

 

INTRODUZIONE DA: L' INNO DEI TEMPLI

Il lunghissimo e preziosissimo ‘Inno delle case degli dei’ fu compilato da Enheduanna, figlia di re Sargon, vissuta ad Agade dal 2285 a.C. al 2250 a.C. (secondo la Nuova Cronologia Storica), e si compone di 42 inni a templi degli dei, composti con uno stile in 2a e 3a persona singolare, come se l’ autrice si stesse rivolgendo direttamente alle costruzioni. Questo inno è stato tradotto nel 1969 da Sjoberg e Bergmann, ed è il più antico documento scritto da una donna giunto fino a noi; si tratta di un documento ‘vivo’, poiché dopo la morte della autrice molti scribi hanno ampliato la versione originale aggiungendo inni a templi che all’ epoca di Enheduanna non esistevano, mantenendo lo stesso stile e la stessa forma cuneiforme.

Il documento inizia, coerentemente con la storia di Sumer, con l’ inno al tempio di Eridu, l’ E.unir, dedicato al dio Enki. La storia in realtà ci racconta che fu proprio Enki a costruire il primo tempio ad Eridu, chiamandolo E.en.gur.ra, perciò possiamo supporre che si tratti della stessa costruzione (la costruzione dell’ Eengurra è dettagliata nel mito ‘La genesi di Eridu’).

Al di la del valore letterario, questo scritto è molto importante perché testimonianza di un personaggio, Enheduanna, molto particolare. Era infatti, per quanto risulta, una sacerdotessa di Nanna, il dio lunare sumero accadico (Sin in epoca accadica e babilonese). Non una sacerdotessa qualunque, ma una EN, titolo che in genere descriveva gli dei e gli altissimi sacerdoti maschi, che incorporavano questa radice linguistica divina proprio per evidenziare il loro presunto ‘mandato divino’.

 

In questo libro ho scelto di riportare solo uno dei 42 inni, quello riguardante il tempio dedicato a Ningishzida, la cui descrizione lascia a bocca aperta per i contenuti. Ningishzida infatti sembra essere imparentato, se non addirittura corrispondente, con il dio egiziano Thot, con il quale oltre all’ iconografia condivideva anche gli attributi e le opere. Alla luce di questo, c’ è chi ha visto, nella descrizione del tempio di Ningishzida, particolari che rimandano alla grande piramide di Giza. Se al principio questo accostamento può far sorridere sia egittologi che assiriologi, si tenga presente che dal testo si possono rilevare alcune ‘caratteristiche’ comuni alle due costruzioni: una o più camere interne (e presumibilmente nascoste / proibite, il lemma ITIMA utilizzato nel testo si traduce come ‘camera silente’), il fatto che entrambe siano costruite su una ‘pedana rialzata’ e in una radura (Giza non era desertica 5000 anni fa), e addirittura un possibile riferimento ai ‘pozzi di aerazione’ della piramide (i passaggi del testo: ‘da cui fuoriesce e ritorna nel tuo cuore la luce del giorno’ e ‘innalzi le tue meravigliose vie che nessuno può scorgere’). Si consideri inoltre che Gishbanda è un luogo mai identificato dagli archeologi. Si suppone che fosse ad ovest del Tigri e dell’ Eufrate, ma non si sa precisamente dove.

 

Come vedremo il testo contiene alcuni particolari enigmatici, che hanno quasi del ‘fantascientifico’: il ‘rossastro’ emesso dalla camera silente (dei raggi rossastri dovuti a qualche cristallo?), la ‘maglia che controlla o connette’, il tempio è costruito in ‘antichi tempi’ (quanto antichi considerando che l’ inno risale al 2200 a.C. circa?). Ciò però non ci deve meravigliare, poiché Ningishzida era un ‘mago’ degli dei, un dio di grande sapienza, padrone di numerose arti che ora chiameremmo ‘magiche’ o ‘paranormali’.